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Kenya: una legge sulla terra, contro il ‘land grabbing’

    di  .  Scritto  il  12 Ottobre 2011  alle  7:00.

Gli stranieri, individui o società, che detengono grandi estensioni di terreni agricoli con contratti di affitto a lunghissima durata, rischiano di vedere rinegoziato il canone di locazione o una riduzione della loro durata.

È la principale conseguenza di una legge che il ministero keniano per le Terre sta preparando in questi giorni e che dovrebbe essere discussa in Parlamento entro la fine del mese.

Secondo quel che ha dichiarato il ministro per le Terre, James Orengo, in un’intervista rilasciata al quotidiano di Nairobi ‘Nairobi Star’, il Land Registration Bill (legge sulla registrazione della terra) prevede un’estensione minima e una massima dei terreni agricoli che possono essere assegnati ai privati, con particolari limitazioni per quelle società nel cui consiglio d’amministrazione non compare almeno un cittadino keniano.

Orengo ha inoltre specificato che la nuova legge mette in pratica le raccomandazioni contenute nel rapporto della commissione parlamentare Ndungu sulle assegnazioni illegali e irregolari delle terre pubbliche, diffuso nel marzo 2005, in cui veniva suggerito di riassegnare allo Stato quei latifondi concessi in locazione durante il periodo coloniale.

La legge in discussione prevede che cittadini e società straniere potranno ottenere terreni agricoli in locazione per un periodo massimo di 99 anni, mentre non è stata ancora resa nota l’estensione massima che potrà essere presa in affitto, né l’estensione minima che sarà invece garantita ai contadini keniani.

“Sono in corso consultazioni con il Parlamento e le associazioni dei contadini per determinare questi limiti – ha sostenuto Orengo nell’intervista con il Nairobi Star – anche per arrivare ad un disegno di legge condiviso da tutti ed evitare che la discussione in Parlamento stravolga il piano impostato dal governo”.

In un articolo pubblicato dal quotidiano keniano ‘Daily Star’, Orengo ha aggiunto che i cambiamenti che deriveranno dalla nuova legge consentiranno un uso più efficiente dei terreni agricoli e correggeranno quelle anomalie per cui migliaia di ettari di terra sono gestiti da società straniere mentre i contadini keniani sono costretti ad occupare zone poco fertili, se non addirittura ad essere cacciati con la forza da quelle regioni che hanno tradizionalmente occupato da sempre.

Tra l’inizio del 1900 e la fine degli anni ’40, numerosi contadini e pastori keniani abitanti nella Rift Valley e negli altipiani della provincia Centrale furono obbligati ad abbandonare i loro insediamenti nelle aree più fertili del paese, dopo che queste furono assegnate a latifondisti bianchi con dei contratti di locazione fino a 999 anni.

Negli anni successivi all’indipendenza del Kenya, nel 1963, il governo guidato da Jomo Kenyatta avviò un programma di reinsediamento dei contadini keniani nella provincia Centrale e cercò di rinegoziare i contratti di locazione dei terreni agricoli diminuendo la durata degli affitti a 99 anni, senza però portare a compimento una vera e propria riforma agraria, con gravi conseguenze sociali e politiche che persistono tuttora.

Orengo ha quindi sottolineato come la decisione del governo keniano sia quella di mettere un freno alla compravendita di terreni agricoli da parte di soggetti stranieri, che hanno poco interesse allo sviluppo del paese poiché gran parte dei prodotti ivi coltivati sono poi esportati in quei paesi le cui società hanno in gestione le terre.

La questione dell’accaparramento di terreni agricoli nelle zone più povere del sud del mondo, in particolare in Africa, nota come ‘land grabbing’, è un fenomeno in costante crescita negli ultimi anni e salito prepotentemente alla ribalta delle cronache in coincidenza della crisi alimentare tra il 2006 e il 2008.

Secondo un recente rapporto diffuso dall’organizzazione non governativa Oxfam dal titolo “Land and Power, la nuova corsa all’oro” (clicca qui per leggere il documento integrale), dal 2001 ad oggi almeno 227 milioni di ettari, una superficie pari all’Europa nord-occidentale, sono stati venduti o affittati a prezzi ben al di sotto di quelli di mercato nel mondo.

Non tutti i 227 milioni di ettari sono sicuramente classificabili come land grabbing, ma dietro le acquisizioni di terreni, caratterizzate quasi sempre da una scarsa trasparenza, si cela spesso questo fenomeno.

“Il numero senza precedenti delle compravendite e la crescente competizione per la terra sta avvenendo sulla pelle dei più poveri del mondo. In questa nuova corsa all’oro, gli investitori ignorano i diritti delle comunità locali – ha dichiarato Francesco Petrelli, presidente di Oxfam Italia, in occasione della presentazione del rapporto – Lo scandalo è che l’80% delle terre accaparrate rimane inutilizzato. Questa nuova corsa all’oro si intensificherà nel futuro, a causa della crescente domanda di cibo, dei cambiamenti climatici, della scarsità d’acqua e dell’incremento della produzione di biocarburanti”.

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