Socialize

Iraq: il Pentagono e la paura di lasciare il paese

    di  .  Scritto  il  8 Novembre 2011  alle  10:11.

A soli due mesi dal ritiro totale delle truppe statunitensi dispiegate in Iraq, i governi dei due paesi non nascondono una profonda preoccupazione per la possibile rinascita di una fazione di Al Qaeda, nota come Al Qaeda in Mesopotamia.

Poco prima dell’incremento del contingente nordamericano del 2007, Al Qaeda, d’ispirazione sunnita, mosse i suoi primi passi in Iraq, a maggioranza sciita, ai margini della guerra civile.

A Washington, il Pentagono teme che i ribelli stiano deliberatamente tenendo un profilo basso, per tornare a colpire con forza il Governo di Baghdad non appena l’ultimo battaglione americano lascerà l’Iraq alla fine dell’anno.

Il Pentagono attribuisce la presunta debolezza di Al Qaeda nel paese ad una decisione presa nel 2007 dall’ex presidente George W. Bush.

Allora l’ex mandatario aumentò a 20.000 soldati (cinque brigate) le truppe statunitensi destinate all’Iraq, allo scopo di proteggere i due principali covi dell’organizzazione terroristica: Baghdad, la capitale, e la provincia di Al Anbar.

L’operazione, orchestrata dal generale David Petraeus, venne considerata un così tale successo da essere riproposta da Obama in l’Afghanistan, con risultati timidamente soddisfacenti per la Casa Bianca.

Al Qaeda in Mesopotamia è ferita ma non morta. Il Pentagono ritiene che in Iraq siano presenti oltre 1.000 operativi affiliati a questo gruppo. 200 di essi, informa Washington, sono terroristi del nucleo duro, disposti a sacrificare la propria vita in attentati suicidi.

Precedentemente, molti terroristi stranieri arrivavano in Iraq dalla Siria, una via oggi meno battuta in seguito alle recenti proteste contro il governo di Bashar al Assad.

Secondo fonti dell’amministrazione americana citate dal The New York Times, Al Qaeda, in Iraq, compie circa 30 attentati settimanali di proporzioni modeste. Almeno una volta al mese progetta un attentato di maggiori dimensioni, con esiti alterni. Normalmente, ricorre ad attacchi kamikaze servendosi di esplosivi improvvisati. Le vittime sono quasi sempre civili sciiti. In estate, l’organizzazione giustiziò 22 pellegrini di questo ramo dell’islam, mentre attraversavano la provincia di Al Anbar.

Il Pentagono sospetta che il gruppo terrorista abbia attirato nella propria cerchia alcuni esponenti sunniti del partito Baath, sotto la cui bandiera governava Saddam Hussein, giustiziato nel dicembre del 2006.

Dall’inizio della guerra nel 2003, hanno perso la vita in Iraq oltre 4.400 soldati statunitensi. Porre fine all’impopolare guerra era una delle principali promesse elettorali di Obama, che ordinò la conclusione delle operazioni di combattimento nell’estate del 2010. Mantenne nel paese 50.000 soldati per lavori di supervisione e addestramento delle forze armate irachene. Attualmente ne rimangono 33.000.

Il Pentagono ha fatto pressioni su Obama per prolungare di qualche mese la missione in Iraq, così da spegnere sul nascere ogni focolaio di violenza settaria. Obama ha però deciso di cedere in dicembre la sovranità totale al Governo del primo ministro Nuri al Maliki. I due presidenti si riuniranno a Washington il 12 dicembre per ultimare i dettagli della transizione.

→  Stampa articolo (o crea PDF)
→  Condividi o invia per e-mail

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *