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Le Farc perdono anche Alfonso Cano, cosa cambia in Colombia?

    di  .  Scritto  il  8 Novembre 2011  alle  9:37.

Lunga barba, occhiali dalle lenti spesse, Alfonso Cano, nome di battaglia di Guillermo León Sáenz, era uscito dalla selva colombiana agli inizi degli anni ‘90 guidando la squadra di negoziatori delle ‘Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia’ (Farc) ai colloqui di Caracas, in Venezuela, e Tlaxcala, in Messico.

Aveva anche partecipato al fallito processo di pace avviato con il governo del presidente conservatore Andrés Pastrana (1998-2002) nel Caguán, pur ritagliandosi un ruolo di secondo piano, prima di prendere in mano, nel 2008, le redini del primo gruppo guerrigliero colombiano dopo la morte, apparentemente per cause naturali, del suo fondatore, Manuel ‘Tirofijo’ Marulanda.

E’ stato ucciso nella notte di venerdì dopo una caccia scattata già nell’agosto di tre anni fa sotto il comando dell’allora ministro della Difesa, Juan Manuel Santos, oggi presidente: tecnologia, lungo lavoro di ‘intelligence’, a supporto di un’operazione congiunta di esercito e forze aeree, favorita da “gente all’interno delle stesse Farc”, secondo fonti ufficiali, hanno eliminato la figura di riferimento della storica ribellione, già decimata prima con l’uccisione dell’ex numero 2, Raúl Reyes, nel 2008, del leader militare, e per ultima del ‘Mono Jojoy’, nel settembre dello scorso anno: solo due nomi di una lunga lista che Santos ha elencato nel suo discorso di sabato da Popayán, elogiando le sue truppe.

Onorando la sua fama di politico, più che di ‘militare’, all’interno delle Farc, poco prima che Santos si insediasse, nell’agosto 2010, Cano aveva lanciato un appello per una soluzione pacifica alla guerra che da mezzo secolo insanguina la Colombia.

Ora è la sua famiglia a chiedere di mettere fine a “questa guerra fratricida si è dimostrata essere un olocausto inutile” come ha scritto in un breve comunicato diffuso alla stampa nel fine settimana.

Ma mentre si sprecano, dentro e fuori i confini colombiani, i commenti entusiasti e i pronostici sul possibile arrivo della pace in Colombia, molte voci fuori dal coro degli ottimisti tendono a riportare tutti con i piedi per terra.

Il conflitto colombiano, le sue origini e le sue conseguenze, sono ben noti a chi non cede ai facili entusiasmi, basti pensare a circa 3 milioni e mezzo di ‘desplazados’, gli sfollati provocati dalla violenza dei gruppi armati, che si contano in tutto il paese, o alla sopravvivenza dei paramilitari di estrema destra, oggi chiamati i nuovi ‘paras’, che continuano ad alimentare un circuito fatto di narcotraffico, contrabbando di armi, attività illecite di varia natura legate ad interessi politici.

“Solo un illuso potrebbe credere che la Colombia si incammina oggi verso la pace, quando i suoi problemi sono ben visibili a chi ha gli occhi per guardarli. Senza Cano, la Colombia non migliorerà. Non cambierà nulla se tutti i focolai del conflitto, dalla povertà, alla disoccupazione, all’istruzione, alla sanità, allo sfruttamento sfrenato delle nostre risorse resteranno lontani dalle priorità della politica” dice amaramente ad ‘Atlas’ un amico colombiano.

Uno di quelli che il suo paese lo guarda da fuori con rammarico e nostalgia, ma che l’ha dovuto lasciare, anche a causa della guerra, forse per sempre.

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