Socialize

Egitto: l’altra faccia del regime, gli affari dei generali

    di  .  Scritto  il  5 Dicembre 2011  alle  7:00.

Fratelli musulmani, salafiti, partiti di opposizione laici, esercito e forze di sicurezza, ex esponenti del partito nazionale democratico di Hosni Mubarak. Una popolazione giovane, un alto tasso di disoccupazione. Ecco, mischiate questi ingredienti e avrete un’idea della complessità del quadro politico e sociale egiziano. Che ha collegamenti diretti con la storia recente del paese e con la presenza di una forte minoranza cristiana, i copti, che si considera a torto o a ragione erede degli antichi egiziani, di chi viveva all’ombra delle piramidi prima dell’avvento dell’islam.

Quando lo scorso febbraio il rais Hosni Mubarak fu costretto alle dimissioni in seguito a massicce e crescenti manifestazioni popolari, l’esercito assunse la guida della transizione, forte di un certo consenso popolare e dell’idea di essere l’unica componente statale in grado di mantenere ordine e rispettare la promessa di un traghettamento verso un paese nuovo.

Un consenso costruito nel tempo, forgiato nelle lotte contro i colonialisti inglesi e poi contro gli israeliani. Passeggiare al Cairo tra Talat Harb e Tahrir o magari davanti le strutture moderne della biblioteca di Alessandria nei giorni immediatamente successivi alle dimissioni di Mubarak, significava incrociare carri armati con militari accerchiati da famiglie e giovani in coda per una fotografia.

Le recenti manifestazioni di piazza Tahrir, epicentro delle proteste in Egitto divenuto anche uno dei simboli della cosiddetta Primavera araba, hanno reso palese ciò che tutti sapevano e non dicevano. Le alte sfere dell’esercito erano parte integrante del vecchio regime caduto con la rivoluzione del 25 gennaio (nome che fa riferimento al primo giorno delle manifestazioni anti-Mubarak) e i loro interessi vanno ben oltre i reticolati delle caserme. Se si preferisce, erano l’altra faccia del regime, quella meno nota, anche perché di loro era vietato occuparsi e lo è a maggior ragione oggi, pena l’arresto.

Non ci sono dati ufficiali, e le stime sul peso reale dell’industria militare egiziana variano grandemente, con quelle più caute che la indicano pari a un 15% del prodotto interno lordo. E non si tratta soltanto di fabbriche di armi o del controllo di servizi ad esclusivo uso militare. I generali gestiscono villaggi turistici, impianti per la produzione di generi di largo consumo (dalle conserve di pomodoro agli elettrodomestici), servizi di ogni tipo, industria pesante: risalente all’Ottocento e ravvivata durante l’epoca nasseriana, l’industria militare si è progressivamente allargata sfuggendo al controllo delle autorità civili. Le società di questa galassia sono guidate da ex graduati, e già durante Mubarak viaggiavano su un binario completamente autonomo, alle dirette dipendenze del ministero della Difesa. Un vero e proprio Stato nello Stato.

Secondo alcuni osservatori, questa dimensione economica è stata messa in dubbio da alcune iniziative di Gamal – uno dei due figli di Hosni Mubarak – e dalla cerchia di rampanti uomini d’affari che gli faceva da corona. Di qui il mancato intervento dell’esercito nei giorni che portarono alla caduta del rais. Una chiave di lettura che però non trova tutti d’accordo.

Intanto, l’esercito ha continuato a godere del sostegno degli Stati Uniti, che gli destinano 1,3 miliardi di dollari annui di fondi utilizzati poi per acquistare

Illuminanti alcuni cablogrammi inviati dall’ambasciatrice americana al Cairo Margaret Scobey nel settembre 2008 e pubblicati da Wikileaks: “I generali in pensione vanno ad occupare i vertici di società satellite delle forze armate, attive soprattutto nel settore edilizio, nella gestione di hotel, nella produzione e distribuzione di carburanti”. Le forze armate inoltre posseggono terreni di valore nel delta del Nilo e lungo le coste del Mar Rosso. “Una sorta di indennità aggiuntiva – sottolinea la diplomatica – garantita dal regime (di Mubarak, ndr) per assicurarsi l’appoggio dell’esercito”, in un panorama in cui la carriera militare risulta sempre meno attraente e remunerativa rispetto al settore privato.armamenti americani (quindi, una forma di sovvenzione dell’industria bellica a stelle e strisce). Tali fondi costituiscono una parte rilevante ma minoritaria dell’intero budget a disposizione dei generali, che negli anni hanno potuto godere di agevolazioni fiscali e burocratiche, mentre il loro patrimonio veniva monitorato da una commissione parlamentare formata da poliziotti e militari.

In giorni in cui piazza Tahrir si è risvegliata, inneggiando questa volta slogan proprio contro l’esercito, il Supremo consiglio delle forze armate – la giunta che di fatto gestisce la transizione – non difende solo posizioni di potere né più o meno genuine volontà di traghettare il paese alla democrazia. Difende anche e soprattutto cospicui interessi. E non ha esitazioni a farlo, come dimostrano i migliaia di attivisti politici arrestati in questi mesi e sottoposti al giudizio di tribunali militari, in proporzioni mai viste nemmeno durante gli anni di Mubarak. [Pubblicato sul settimanel Gli Altri]

→  Stampa articolo (o crea PDF)
→  Condividi o invia per e-mail

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *