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Terre in svendita, giornata di mobilitazione contadina contro il ‘land grabbing’

    di  .  Scritto  il  17 Aprile 2012  alle  13:00.

È la nuova forma di delocalizzazione, per alcuni una nuova forma di colonialismo, paragonabile allo sfruttamento minerario o alla dipendenza dal debito. Per la ‘Via Campesina’, il movimento internazionale dei piccoli agricoltori, l’espansione del ‘land grabbing’ – espressione inglese comunemente usata per definire l’accaparramento delle terre nel Sud del Mondo da parte di paesi terzi con economie più avanzate – è una vera e propria offensiva globale che mette a repentaglio i contadini e le piccole comunità rurali.

L’opposizione al ‘land grabbing’ è al centro della Giornata Internazionale delle lotte contadine celebrata oggi con 250 azioni e manifestazioni in tutto il mondo. “Quello che chiedono i contadini è semplice: l’accesso alla terra per poter sfamare le proprie comunità. Quando le multinazionali prendono le terre, vi sviluppano immense piantagioni di monoculture destinate all’esportazione. Una pratica che non fa altro che accrescere la fame, le crisi sociali e i disastri ecologici” precisano gli organizzatori. Tra gli eventi di spicco di questa giornata, la mobilitazione delle organizzazione contadine e dei ‘Sem Terra’ del Brasile, la marcia contro il ‘land grabbing’ in Mozambico o la protesta davanti alla Corte Costituzionale di Giakarta, in Indonesia.

I dirigenti di molti governi del Sud del mondo, ma non solo – denunciano gli esponenti di Via Campesina – stanno svendendo i propri paesi. In nome di interessi economici hanno accettato di cedere, con varie modalità, vasti apezzamenti di terreni coltivabili a multinazionali, a privati, o a governi di paesi più ricchi, a discapito dei contadini locali, messi in disparte e in alcuni casi espropriati.

In una lista non esaustiva, che prende in considerazione casi registrati dal 2006 e tuttora esistenti, l’organizzazione non governativa ‘Grain’ ha elencato 416 casi di ‘land grabbing’ di vasta entità, per un totale di 35 milioni di ettari in 66 paesi. Lo studio conferma che l’Africa è la prima destinazione che interessa i ‘delocalizzatori ‘, ma cresce l’attrattiva per l’America latina, l’Asia e l’Europa dell’Est.

Lo studio presenta anche un profilo dei ‘land grabbers’: non più soltanto attori dell’agrobusiness, ma anche società finanziarie e fondi di pensione, all’origine di circa un terzo delle transazioni. La loro provenienza è principalmente europea (Gran Bretagna e Germania) e asiatica (Cina e India), seguita da Stati Uniti e Arabia Saudita.

Tra i paesi con più superficie ‘in affitto’ (l’elenco complessivo è facilmente consultabile su Internet) spiccano il Brasile,  l’Argentina, l’Etiopia, il Mozambico, l’Uganda, il Mali, l’Indonesia, le Filippine e la Russia. Alcune società italiane – secondo la ricerca del ‘Grain’ – sono titolari di investimenti in terre coltivabili in Africa: l’Eni, in Repubblica del Congo (Brazzaville), per una superficie di 70.000 ettari di palma da olio nell’ambito del progetto Food Plus biodiesel (che sulla carta prevede un sostegno all’agricoltura locale). La compagnia di bio carburanti Fri-El green ha comprato 11.000 ettari di piantagioni di olio di palma nel sud della Nigeria, mentre la società finanziaria Tempieri ha investito in Senegal in 20.000 ettari di girasoli e patate dolci destinati al biocarburante e a nutrimenti per animali. Il progetto è stato sospeso lo scorso ottobre dopo proteste locali.

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