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Messico: è guerra tra i cartelli di Sinaloa e Los Zetas

    di  .  Scritto  il  25 Maggio 2012  alle  7:00.

È guerra in Messico tra i cartelli della droga di Sinaloa e Los Zetas. Una guerra a colpi di machete e telecamere. Non si limitano più a scontri regionali, ma spaziano da una costa all’altra come se niente fosse. Il primo, di più antica tradizione, cerca di far rientrare nei ranghi il secondo, giovane ed esuberante, una vera e propria organizzazione paramilitare formata da ex soldati e disertori del corpo speciale Grupo Aeromóvil de Fuerzas Especiales (GAFE) dell’Esercito messicano. Gli affiliati alle due bande continuano a uccidersi a vicenda e ad offrire al pubblico macabri massacri. Vogliono terrorizzare i civili, e ci riescono.

L’ultimo episodio risale al 13 maggio: 49 corpi, 43 uomini e 6 donne, mutilati testa, mani e piedi, trovati dentro sacchi di plastica lungo una strada secondaria nei pressi di Monterrey. Per garantirsi il boom di audience, i responsabili della carneficina hanno postato sulla rete un video in cui si fanno riprendere mentre trasferiscono i corpi sul ciglio della strada e stendono uno striscione: “Cartello del Golfo, cartello di Sinaloa, marines e soldati, nessuno può fare nulla contro di noi…”. Firmato i leader di Los Zetas.

Di pochi giorni prima, un’altra mattanza: 18 corpi, decapitati e mutilati, localizzati in due automobili in una strada nell’ovest del paese, a Jalisco, nelle vicinanze di Guadalajara. O, ancora giorni prima, 14 corpi decapitati dinanzi agli uffici del municipio di Nuevo Laredo e 9 corpi, tra cui 4 donne, lasciati penzolare dal ponte della stessa città. E tutto nel giro dell’ultimo mese.

“Nelle ultime settimana abbiamo assistito ad atti spregevoli e disumani, in diverse zone del paese, che rientrano nell’operato di due delle principali organizzazioni criminali presenti sul territorio”, il commento del ministro dell’Interno Alejandro Poire.

Quasi impossibile il riconoscimento delle vittime. A Monterrey le teste dei 49 non sono ancora state recuperate. Le autorità ritengono che non facessero parte dei cartelli, e che fossero invece criminali di strada, tossicodipendenti, civili o immigrati di passaggio sulla strada verso gli Stati Uniti. I 49 sarebbero stati “pescati a caso dal mucchio” per lanciare un messaggio alle fazioni nemiche.

Basandosi su intercettazioni telefoniche, operazioni di intelligence, notizie ottenute da informatori e detenuti, le forze dell’ordine di Messico e Stati Uniti affermano che negli ultimi mesi Los Zetas ha superato i propri confini, addentrandosi in pieno territorio Sinaloa, come nelle città di Badiraguato e Choix, sulla catena montuosa di Sierra Madre, roccaforti di Joaquin “El Chapo” Guzman, il leader indiscusso di Sinaloa, l’uomo più ricercato in Messico.

Perché i massacri? D’accordo con gli esperti, questi rappresentano un atto di “forza”, i “muscoli”. Chiamano l’attenzione del Governo e degli avversari, dicendo loro “siamo qui, e siamo vivi”. Una volta certe pratiche si sbrigavano con una pallottola alla tempia. Perché ora tagliare teste, mani e piedi? È subentrata una certa psicopatologia tra i gangster, trasmessa dagli adulti ai più giovani. E questo disturbo sarebbe accompagnato da un insano senso della spettacolarità.

Per rafforzare la difesa delle regioni sotto il proprio controllo e destabilizzare i rivali, è iniziata una corsa per accaparrarsi il territorio altrui. A tal fine occorre “riscaldare la piazza” del nemico. Con “piazza” si intende città o villaggio in cui funzionari dell’amministrazione e della polizia sono al soldo del cartello, in cui si dispone di luoghi sicuri dove nascondere le armi, in cui si sviluppa un’efficiente rete di controspionaggio. Con “riscaldare una piazza” si intende fare rumore, accendere i riflettori, costringere l’Esercito all’intervento armato, così da smantellare il baluardo dell’avversario e tentare di metterci le mani sopra.

Spesso gli assassini lasciano “narcomantas”, manifesti stampati, colmi di imprecazioni, con cui viene rivendicata la paternità dell’uccisione. A volte i messaggi sono accurati, altre volte confondono deliberatamente. Nel caso di Monterrey, Los Zetas ha prima rivendicato la responsabilità dell’eccidio, poi negato disseminando il paese di striscioni, e infine ammesso tutto. Ma solo quando domenica l’Esercito ha arrestato Daniel Jesus Elizondo, noto come El Loco o The Madman, leader locale de Loz Zetas.

Elizondo ha detto alle autorità che l’ordine era arrivato dall’alto, dalla leadership Los Zetas. I corpi andavano scaricati nel centro di Cadereyta, un centro industriale alla periferia di Moneterrey, ma “spaventatosi” aveva deciso di farli riporre sul margine della strada Cadereyta-Reynosa, a 180 chilometri dalla frontiera con gli Stati Uniti.

Gli analisti spiegano che lo scoppio della guerra tra Sinaloa e Loz Zetas non sia stato pianificato per influenzare direttamente le elezioni presidenziali del 1° luglio. Enrique Peña Nieto, candidato del Partido Revolucionario Institucional (PRI), ha più volte ribadito di essere interessato più al calo della violenza che al traffico di droga. Dunque, in netto conflitto di interessi con Los Zetas, specializzato, tra l’altro, in sequestri, estorsioni, contrabbando di armi e di migranti più che in traffico di cocaina e marijuana.

In Messico, negli ultimi cinque anni, la violenza legata al narcotraffico ha causato la morte di quasi 50.000 persone. Il 90% delle vittime è composto da persone riconducibili in maniera più o meno diretta ai gruppi che operano nel traffico di stupefacenti o nel suo “indotto”.

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Un commento a Messico: è guerra tra i cartelli di Sinaloa e Los Zetas

  1. traslocatori Rispondi

    13 Maggio 2013 alle 20:57

    Posso solo dire con sollievo che ho trovato qualcuno che sa realmente di cosa sta parlando! Lei sicuramente sa come portare un problema alla luce e renderlo importante. Altre persone hanno bisogno di leggere questo e capire questo lato della storia.

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