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Una giornata con le “babeza mizigo” di Bukavu, fino al tramonto sotto cento chili

    di  .  Scritto  il  18 Luglio 2012  alle  7:45.

Alle sei del mattino il sole sorge pigramente su Bukavu, il capoluogo del Sud Kivu, in Congo, e sulla terra rossa ancora umida inizia il calpestio delle donne che avviano la giornata. Molte sono vedove, altre hanno i mariti a casa, tutte hanno figli da sfamare e per questo lavorano duramente. Si alzano all’alba per andare a prendere il carbone o l’acqua, trascinano carichi fino a 100 chilogrammi, per sé o per le famiglie benestanti, e non hanno altra scelta. I francesi le chiamano “transporteuses”, in Kiswahili sono le “babeba mizigo”, per noi sono le “trasportatrici” e svolgono lo stesso lavoro che in altri posti del mondo spetta ai cavalli o agli asini.

Molti studi internazionali considerano il Congo il posto peggiore al mondo per essere donna e se si guardano i numeri della violenza di genere, purtroppo le cronache non smentiscono gli studi. Nel 2011, un articolo pubblicato sull’American Journal of Public Health denunciava che in Congo ogni ora venivano violentate 48 donne. Per anni, infatti, i miliziani e i ribelli hanno utilizzato lo stupro come arma da guerra per distruggere le comunità. Eppure proprio negli anni della guerra le donne hanno preso in mano l’economia di questa fragile regione.

Cavalli, asini e camion sono troppo costosi, le strade sono talmente dissestate che non sarebbe possibile percorrerle con un mezzo diverso dai piedi, e così le donne si sono inventate un lavoro, quello di trasportare i carichi pesanti, dalla manioca alle banane, dalla canna da zucchero al carbone, dalla sabbia alla legna da ardere. Ogni donna trasporta centinaia di chilogrammi di merci a settimana. Non ci sono pause per i pasti o valutazioni sulla salute o la sicurezza, nessuna di loro si lamenta per la stanchezza, ma tutte abbozzano un sorriso quando incassano 1 o 2 dollari a fine giornata per sfamare i figli. Il prezzo sufficiente per un po’ di farina o di riso.

In questa regione la guerra ha distrutto l’industria e l’agricoltura, per cui il cibo viene prodotto altrove e per questo deve essere trasportato, ma per questo costa anche di più. E’ stata la guerra che ha cambiato la forma della società. Prima le donne si occupavano della casa e della famiglia, dei figli e delle cucina, poi dagli anni novanta a oggi quattro, cinque milioni di persone sono morte nel sangue, nella fame o nelle malattie, molti uomini sono scomparsi, e le donne per sopravvivere hanno preso a lavorare, senza mai più smettere.

Il livello di alfabetizzazione femminile in Congo è bassissimo, molte donne non vanno a scuola perché i genitori non possono pagare le tasse scolastiche e hanno bisogno di forza lavoro, e inoltre sono scarsamente rappresentate nelle istituzioni politiche. “E’ un lavoro insolito quello delle donne che trasportano merci, ma purtroppo in Sud Kivu è diventato una moda”, dice Solange Lwashiga, segretario esecutivo di una ong congolese che si occupa proprio di donne. E’ un lavoro talmente disumanizzante che Esperance Lubondo, che con le sue barche trasporta merci nel porto di Bukavu, ha fondato un’associazione dedicata a loro, per migliorare le condizioni di lavoro. In una piccola stanza nel cuore del brulicante mercato di Bukavu, la signora Lubondo dà assistenza a tutte le donne in cerca di aiuto. La sua associazione, finanziata con piccoli contributi privati, offre alle donne la possibilità di un piccolo microcredito di 50,100 dollari, in modo che possano abbandonare l’attività di trasporto e avere un po’ di respiro per trovare lavori meno faticosi. Sarà la capacità di ingegnarsi per sopravvivere o l’abitudine a svolgere anche i lavori più faticosi, ma per Lwashiga le congolesi hanno un forte spirito imprenditoriale: “date loro 10 dollari, e in un mese diventeranno 30”.

Stella Yanda, a capo della ong Iniziative Alpha, denuncia un problema comune al resto del mondo: per gli stessi lavori, le donne sono pagate molto meno degli uomini. Nel caso delle congolesi, poi, la differenza di pagamento riguarda anche la quantità di merce trasportata: per lo stesso carico, gli uomini prendono mille franchi congolesi e le donne a stento 500. Il trasporto di carichi pesanti si ripercuote inevitabilmente sulla loro salute, che a lungo andare risente di dolori muscolari e al collo, crampi alla schiena, e nel peggiore dei casi addirittura danni cerebrali per le corde con cui vengono legati i carichi sulla testa. Le attiviste sono scettiche sulla possibilità che questo lavoro scompaia nel breve periodo, perché le istituzioni non se ne occupano.

Cesarine Maninga è una delle trasportatrici più energiche, e anche una di quelle che lavora di più. Di solito porta il carbone per le famiglie abbienti e riesce a guadagnare anche tre dollari, ma a fine lavoro deve aspettare almeno quattro giorni per essere pagata. “Sono quelli i momenti più duri” – racconta al New York Times – “Quelli in cui mancano i soldi per comprare il cibo e dal nulla devo inventarmi un pasto per i miei undici bambini”.

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