Socialize

Il Brasile di Dilma Rousseff perde appeal (e mercato) in America Latina

    di  .  Scritto  il  6 Dicembre 2012  alle  7:00.

Il tour mondiale della presidente del Brasile Dilma Rousseff la dice lunga sulle priorità internazionali del Brasile. Nei suoi primi anni al potere, più della metà dei suoi viaggi hanno avuto come destinazione Stati Uniti, Europa e Cina, che insieme rappresentano il 50% dei mercati internazionali del colosso sudamericano. E in America Latina? Appena il 30%.

Assorbito dai suoi problemi economici, il Brasile sembra non volersi approfittare della mancanza di interesse degli Stati Uniti in America Latina per affermare la sua leadership nella regione.

E le conseguenze economiche sono chiare. Le esportazioni brasiliane in America Latina sono calate dell’11% nei primi dieci mesi del 2012, il doppio della contrazione del 5.5% delle esportazioni totali. Gli investimenti brasiliani all’estero, tradizionalmente rivolto ai paesi vicini, sono diminuiti del 34% nei primi nove mesi dell’anno.

Come spiegano gli analisti, tra le priorità dell’amministrazione Rousseff spiccano le misure volte ad aumentare la competitività nel mondo, mettendo in secondo piano l’America Latina. Il “soft-power” brasiliano, l’influenza internazionale emanata dalla sua dimensione di potenza emergente, sta svanendo. E il Brasile pesa sempre di meno nella regione, sua naturale sfera di influenza.

La perdita d’influenza si traduce in una minor mole d’affari per il settore privato brasiliano, boicottando così gli sforzi di un governo che sta spendendo migliaia di milioni di dollari per evitare un eccessivo apprezzamento del real e dare ossigeno alla sua industria con incentivi fiscali.

Un fulmine a ciel sereno la decisione della Bolivia di annullare un appalto pubblico che si era aggiudicata un’impresa di costruzioni brasiliana. E l’Argentina, una delle principali destinazioni dei prodotti brasiliani, ha eretto barriere commerciali che hanno affondato del 20% le esportazioni brasiliane nei primi dieci mesi del 2012.

Gli economisti avevano scommesso che l’economia del Brasile, la sesta più grande del mondo, sarebbe cresciuta quest’anno dell’1.5%, un pallido riflesso della sua espansione nell’ultima decade e meno della metà della media dei suoi vicini latinoamericani, secondo la Cepal (Comisión Económica para América Latina y el Caribe). Ma i deludenti dati relativi al terzo semestre, diffusi nel weekend, potrebbero portare il mercato ad aggiustare nuovamente il tiro delle sue previsioni verso il basso.

Dopo aver affermato la sua leadership regionale a metà dello scorso decennio, quando l’economia viveva il boom delle materie prime e della domanda interna, il Brasile ha guardato oltre l’orizzonte. È salito sul palco globale come la “B” del BRICS, il gruppo di potenze emergenti cui fanno parte anche Russia, India, Cina e Sudafrica.

Rousseff ha trascorso più giorni in visita in Cina che in qualsiasi paese dell’America Latina. E ciò ha senso, dal momento che Pechino è il primo partner commerciale del Brasile e il suo maggiore acquirente di minerale di ferro e soia.

Più Cina, meno America Latina. L’industria tessile brasiliana, a metà della passata decade, deteneva il 40% del mercato delle importazioni dell’Argentina, contro il 3% della Cina. Oggi il Brasile ha appena il 20% del mercato argentino e il 29% di quello cinese.

Avanzata cinese e ritirata brasiliana. Oltre a conquistare i mercati per i propri beni di consumo grazie all’apprezzamento delle valute latinoamericane, la Cina ha investito 23.5 miliardi di dollari nella regione tra il 2005 e il 2010, principalmente nello sfruttamento di materie prime. Pochi mesi fa, nel suo tour latinoamericano, il premier Wen Jiabao ha offerto un credito di 10 miliardi di dollari per progetti infrastrutturali nella regione.

Numerose imprese brasiliane hanno preferito rimpatriare i propri capitali e profitti e investire nel mercato domestico, approfittando delle aggressive misure di stimolo al consumo con le quali Rousseff cerca di rilanciare l’economia.

Rousseff viaggia poco. Nei suoi primi due anni di mandato, ha realizzato 21 visite all’estero, poco più della metà del suo predecessore Luiz Inácio Lula da Silva nello stesso arco di tempo. Rousseff sembra inoltre intenzionata a ricucire i rapporti con gli Stati Uniti, deterioratisi nel 2010, quando l’amministrazione Lula aveva votato in sede ONU contro le sanzioni all’Iran per il suo programma nucleare.

Causa crisi economica globale e ripresa del protezionismo, all’inizio del 2012 il Brasile riscritto un accordo di libero commercio nel settore automobilistico con il Messico, liquidando la possibilità di una più stretta integrazione tra le due maggiori economie dell’America Latina. Il Messico ha finito per allearsi con Cile, Colombia e Perù, le economie regionali più dinamiche, per creare quest’anno l’Alianza del Pacífico, l’embrione di una zona di libero scambio alle spalle del Brasile e con dichiarate mire sull’Asia.

Come recentemente affermato dall’ex presidente Fernando Henrique Cardoso in un’intervista rilasciata al quotidiano Valor Econômico, “la muscolatura geopolitica del Brasile ha perso forza”. Le pressioni di Brasilia a nulla son servite per impedire alcuni mesi fa la destituzione sommaria del presidente Fernando Lugo del Paraguay, che è stato temporaneamente sospeso dal Mercosur (Mercato Comune del Sud).

E l’espansione regionale delle imprese di costruzione brasiliane, grazie ai generosi prestiti governativi divenute simbolo della presenza brasiliana da Caracas alla Patagonia argentina, ha urtato contro il muro Bolivia. Dopo le violente proteste indigene, il presidente Evo Morales ha cancellato quest’anno la costruzione di una strada da 420 milioni di dollari commissionata al gruppo OAS.

Non è ancora troppo tardi per invertire questa tendenza. Nel suo secondo mandato, che inizierà a gennaio, Obama continuerà a voltare le spalle ai vicini latinoamericani in campi quali lotta a criminalità organizzata, narcotraffico, terrorismo e immigrazione illegale. L’amministrazione USA è obbligata a raddrizzare la propria economia e a scongiurare gli effetti della crisi del debito europeo e appare più interessata rafforzare i legami commerciali con l’Asia-Pacifico. Per non parlare dei conflitti in Medio Oriente, che occuperanno l’intera sfera della politica estera.

Ciononostante, Washington non trascurerà del tutto l’America Latina. La principale attività che unisce Stati Uniti e America Latina è il commercio, attualmente in declino. Obama insisterà su Messico (attraverso il NAFTA, North American Free Trade Agreement), Colombia (con la quale ha recentemente ratificato un trattato di libero commercio) e Brasile, suoi partner commerciali tradizionali.

→  Stampa articolo (o crea PDF)
→  Condividi o invia per e-mail

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *