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Tunisia: la lotta delle donne per la libertà nel racconto di una blogger

    di  .  Scritto  il  12 Marzo 2013  alle  7:00.

Ieri un deputato di Ennahda, Habib Ellouze, ha definito l’infibulazione un’operazione di chirurgia estetica, scrive il quotidiano Le Maghreb. Anche se poi Ellouze, nell’infuriare delle critiche, ha smentito dicendo che le sue parole sono state distorte. Il mese scorso il predicatore islamico Bechir Ben Hassan ha detto che le donne in Tunisia non dovrebbero più uscire da sole.tunisiablogger

In generale corrono tempi difficili per le tunisine, a dispetto di un passato in cui erano viste come le più emancipate del mondo arabo. “Era grazie alle leggi se riuscivamo a essere così evolute”, spiega Lina Ben Mhenni, autrice di un blog, “A Tunisian Girl”, molto letto durante la Rivoluzione dei Gelsomini.

Lina, com’è oggi la vita delle donne in Tunisia?

Attiva come sempre. Dobbiamo stare attente: i politici provano continuamente a minare i nostri diritti, come quando l’anno scorso volevano modificare l’articolo 3 della Costituzione del 1956 per definirci “complementari” invece che uguali agli uomini. Ma noi resistiamo. E lottiamo. In Tunisia scendiamo in piazza ogni volta che c’è qualcosa che non va.

Che differenze ci sono nel paese rispetto a ieri?

La più grande differenza è che ieri lottavamo per la parità totale e oggi lottiamo per conservare i diritti di ieri. Per strada vedo segnali di una forte islamizzazione: ci sono molte più donne completamente velate e le scuole religiose riscuotono sempre più successo: lì si formano gli estremisti. Ho sentito storie di donne maltrattate dalla polizia perché troppo svestite o perché erano uscite la sera. Molte mi scrivono che hanno paura di essere molestate. Ha fatto il giro del mondo la notizia della ragazza violentata dalla polizia che da vittima è diventata colpevole.

Che effetto vi fanno parole come quelle pronunciate il mese scorso da Bechir Ben Hassan?

Oggi siamo pieni di predicatori come Bechir Ben Hassan. Uomini ossessionati dalle donne che pronunciano fatwa senza senso, che non hanno nulla a che vedere con l’Islam. La moglie del Profeta era una donna che viaggiava per affari. Credo che i vari Hassan vadano ignorati, infatti le sue affermazioni qui non hanno avuto un grosso riscontro.

Quali sono i problemi più urgenti da affrontare?

Prima di tutto economici perché siamo in regressione e non c’è lavoro. Poi sociali, perché la libertà e i diritti umani sono in bilico, anche se non vedo la volontà di stabilire una vera giustizia di transizione. La polizia non è stata ancora riformata e la violenza e la tortura sono ancora ampiamente praticate.

Ci sono imprenditori che sostengono che in Tunisia il lavoro c’è, ma sono le donne a non voler più lavorare.

Mi sembra una sciocchezza. Le tunisine sono molto operative, lavorano ovunque: nelle fabbriche, in tribunale, nelle scuole, negli ospedali, nei negozi. Molte famiglie sopravvivono grazie al contributo delle donne che accettano di lavorare anche sottopagate.

Che sensazioni hai per il futuro?

Ho paura che i semi della Rivoluzione vadano dispersi. La nostra è stata una battaglia per la dignità portata avanti da uomini e donne, ma adesso è minacciata da gente ignorante e oscurantista. La classe politica ci ha divisi in due categorie: i loro seguaci, credenti e musulmani, e quelli che il governo considera non credenti. Questa deviazione dagli obiettivi della rivoluzione mi sta uccidendo. Abbiamo combattuto per la libertà e ci stanno offrendo una nuova prigione. Qualcuno pensa che sia necessaria una seconda rivoluzione.

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