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Intervista a Hanaa Edwar, in Iraq per difendere i diritti delle più deboli

    di  .  Scritto  il  20 Marzo 2013  alle  7:00.

La prima liberazione avvenne con la cattura di Saddam Hussein, e fu una liberazione collettiva dopo trent’anni di dittatura. Poi è arrivato il caos, prima degli americani e poi degli iracheni. Oggi le donne in Iraq aspettano una seconda liberazione: dall’insicurezza sociale, dai modelli maschili di cui è permeata la società, dalla violenza. Hanaa Edwar è segretario generale dell’associazione Al Amal, fondata nel 1992, è il capo del Network delle donne irachene ed è una tenace attivista dei diritti umani, apprezzata dalla gente comune e odiata da tutti quei politici che non ha paura di criticare. “Abbiamo vinto diverse battaglie in questi anni con la nostra organizzazione, ma la strada dei diritti è ancora lunga”, ci racconta.Iraqi human rights activist Hanaa Edwar

Hanaa come vivono le donne oggi in Iraq?

La risposta è semplice: siamo più della metà della popolazione ma viviamo secondo regole e modelli maschili difficili da scardinare. Il governo si occupa poco di noi, tranne quando si tratta di vigilare sul nostro modo di vestirci e di comportarci. Pensa che se una ragazza va a scuola senza l’hijab, rischia di essere cacciata.

Quali sono i problemi più importanti da risolvere?

Uno prevale su tutti: i matrimoni precoci. Con Saddam le ragazze si sposavano a 15 anni, oggi abbiamo spose bambine di 10 anni. La legge lo vieta perché stabilisce che entrambi gli sposi debbano avere almeno 18 anni, ma di fatto nessuno viene mai punito. Dall’Iran abbiamo mutuato l’usanza dei “matrimoni temporanei”, per dare agli uomini l’opportunità di vivere rapporti extraconiugali senza incorrere nella legge islamica. Ma questa pratica sta mettendo le donne in una condizione di fragilità psicologica tale da renderle più esposte alle violenze, infatti gli episodi di abusi domestici sono aumentati soprattutto in alcune province. E poi abbiamo le vedove: un milione e mezzo di donne che hanno perso i mariti nella guerra del 2003 e che oggi vivono con meno di cento dollari al mese. Anzi, non vivono.

La tua organizzazione si occupa di donne. In che modo lavorate?

Cerchiamo di sensibilizzarle sui loro diritti attraverso incontri e corsi di formazione. Vorremmo creare una maggiore consapevolezza. Conduciamo battaglie politiche, per portare le nostre istanze nelle stanze dove vengono prese decisioni ed elaborate le leggi. L’anno scorso abbiamo incassato la cosiddetta “legge sullo stato personale”, in virtù della quale i matrimoni devono essere registrati. E’ un modo per contrastare quelli illegali, delle bambine. Ed è grazie a noi se oggi in parlamento il 25% dei deputati è donna.

A proposito di parlamentari donna, cosa pensi delle quote rosa?

Sono un modo per costringere la politica a candidare le donne. Per noi sono state un’opportunità per vederci rappresentate in parlamento, anche se la gran parte delle nostre parlamentari ha conquistato un seggio per meriti familiari più che personali: sono tutte mogli o parenti di leader politici uomini e influenti. Abbiamo anche un ministero per gli affari femminili, anche se ha un budget molto basso. In generale però spero che nel futuro i diritti delle donne siano connaturati alla società, senza la necessità di ministeri legati a correnti politiche.

Sono passati dieci anni dalla guerra in Iraq, che cambiamenti ci sono stati nel paese?

La differenza fondamentale è che prima vivevamo zittiti da trent’anni di dittatura. Oggi dovremmo avere maggiore libertà di pensiero e di movimento, ma di fatto viviamo nel caos. I terroristi si sono insinuati in ogni spazio sociale, hanno contaminato anche le forze di sicurezza e il risultato è che siamo passati da un trentennio di dittatura stabile a un decennio di quasi anarchia, perché il governo non riesce a svolgere un’azione efficace.

In generale come giudichi la primavera araba e il ruolo che le donne hanno avuto nelle rivoluzioni?

Se è vero che le donne hanno contribuito a rovesciare i regimi, è anche vero che nella fase di transizione sono le più esposte a vessazioni e menomazioni di diritti. La spiegazione è ovvia: in Medio Oriente la questione femminile esiste e non è un problema politico, ma culturale.

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