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Myanmar: la crisi del Rakhine imprigiona i Rohingya nei ghetti

    di  .  Scritto  il  17 Maggio 2013  alle  7:00.

Una foto mostra un ragazzo molto giovane strizzare gli occhi dal dolore, mentre stringe tra i denti una bacchetta di legno e qualche mano premurosa gli mantiene la testa e le braccia, come a volerlo calmare. Si chiama Waadulae ed è stato morso qualche giorno fa da un cane rabbioso nel campo profughi in cui vive, nello stato di Rakhine, in Birmania. La sua sofferenza è stata ripresa e immortalata da un fotografo della Reuters. Waadulae sta rischiando la vita perché nell’ospedale alla periferia di Sittwe, quello che serve gli 83.000 sfollati Rohingya, non ci sono medici, né vaccini per i neonati, né medicine, e l’unica persona che si sta occupando di lui come degli oltre 150 pazienti che ogni giorno necessitano di cure, non è un medico.myanmarrohingyaragazzino

Questi campi che puzzano di rifiuti e di roghi sono l’altra faccia della transizione birmana verso la democrazia. In un discorso alla tv, il 6 maggio, il Presidente ed ex generale Thein Sein ha ribadito di stare facendo ogni sforzo per la ricerca di una soluzione “pacifica e armoniosa” del conflitto nel Rakhine, scrive il quotidiano Irrawaddy; ma i campi profughi fuori Sittwe raccontano una storia molto diversa. Qui, i rifugi di emergenza allestiti per i Rohingya sono diventati ghetti simili a prigioni permanenti. I musulmani vengono continuamente attaccati. Gli operatori umanitari che li aiutano vengono minacciati. I campi ribollono di rabbia e malattie. Al centro di Sittwe i buddisti esultano per quella che considerano una conquista: strade finalmente senza musulmani.

La transizione birmana era stata prematuramente considerata un successo, visto che dopo mezzo secolo di dittatura il governo “quasi civile” insediatosi a marzo 2011 aveva agito subito rilasciando i dissidenti, i prigionieri politici, allentando la censura e impegnandosi con l’Occidente. Poi è arrivata la peggiore violenza settaria degli ultimi anni: lo scontro tra i buddisti dell’Arakan e gli apolidi Rohingya e il bollettino di guerra è schizzato subito a 192 morti e 140.000 sfollati, quasi tutti musulmani. “La crisi profonda del Rakhine rischia di minare l’intero percorso di riforme del paese”, ha detto Tomas Ojea Quintana, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Birmania.

Oggi l’Onu ha avviato una graduale evacuazione dai campi verso zone più sicure, ma gli sfollati reagiscono con diffidenza e alcuni resistono, nel timore di perdere la propria tenda e un posto in cui stare. L’ultimo avamposto musulmano a Sittwe è il quartiere Aung Mingalar, bloccato dalla polizia e sorvegliato a vista dai soldati. I musulmani non possono uscire dal quartiere senza l’autorizzazione scritta delle autorità buddiste, quindi vivono praticamente segregati, all’interno di barricate di metallo e filo spinato.

Dall’altra parte vivono i buddisti, convinti della necessità di questa separazione. “Non mi fido di loro, sono disonesti”, racconta un commerciante di Sittwe. “Sono teste calde”, aggiunge un altro. Per Ei Iun Kyaw, 19 anni, ambulante di tabacco masticabile, “i musulmani sono troppo sporchi”. Il portavoce di stato, Win Myaing, buddista, ha spiegato che ai musulmani di Aung Mingalar è stato vietato di parlare con i media perché raccontano solo bugie. Ha anche negato che il governo volesse attuare nei loro confronti un programma di pulizia etnica, come ha denunciato Human Rights Watch in un rapporto del 22 aprile.

Quella sulle origini dei Rohingya è una disputa storica. Il governo birmano li considera immigrati del Bangladesh e ha negato loro il riconoscimento di gruppo etnico. Il Bangladesh li rinnega e si rifiuta di concedere loro lo status di rifugiati. Anzi, proprio ieri è stata presentata in parlamento una proposta di legge per punire coloro che offrono riparo e sostegno ai Rohingya entrati clandestinamente nel paese.  Le Nazioni Unite li considerano “senza amici” e li classificano come minoranza più perseguitata della Terra. Di fatto, sono apolidi.

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