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Nucleare iraniano: se necessario, meglio attaccare dagli Stati Uniti

    di  .  Scritto  il  30 Maggio 2013  alle  7:00.

iranacontachilometriDue esperti militari, uno statunitense e l’altro israeliano, hanno pubblicato uno studio su un’ipotetica offensiva contro le installazioni nucleari dell’Iran. La tesi di James Cartwright, generale in pensione e vice presidente della commissione militare congiunta Usa-Israele, e di Amos Yadlin, ex capo dell’intelligence delle forze di difesa israeliane, è che una volta esauriti gli sforzi diplomatici per far pressione a Teheran sul suo controverso programma nucleare, sarà necessaria l’opzione bellica, da lanciare preferibilmente dagli Stati Uniti e non da Israele.

Dal 2003 il cosiddetto gruppo 5+1 (Cina, Francia, Germania, Regno Unito, Russia e Stati Uniti) cerca di convincere l’Iran a porre un freno al suo programma di arricchimento dell’uranio, secondo l’Occidente ed Israele finalizzato alla produzione di armi atomiche. Teheran ha sempre negato le accuse, sostenendo i fini civili delle proprie attività nucleari.

Il rapporto – pubblicato sulle pagine web dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale dell’Università di Tel Aviv , del quale Yadlin è direttore, e dell’Istituto di Washington per le politiche sul Vicino Oriente – delinea un simile scenario: “Il primo ministro di Israele ha appena ricevuto una telefonata dalla Casa Bianca che gli comunica i risultati di una recente valutazione dell’intelligence Usa: sanzioni e trattative con l’Iran non hanno ancora persuaso il regime a fermare la sua attività nucleare. In precedenza Teheran ha rifiutato una generosa offerta dagli Stati Uniti, che le permetteva di arricchire l’uranio in cambio di massicci controlli sulla sicurezza nucleare, e il programma continua ad avanzare senza sosta (…) Il premier (israeliano) e il presidente (statunitense) decidono di convocare i consiglieri per la sicurezza nazionale”.

Sebbene gli statunitensi, continua lo studio, siano stanchi della guerra e degli elevati costi che questa comporta, il presidente riconosce che un “Iran nucleare è una minaccia inaccettabile” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e di Israele. Pertanto, i leader dei due paesi alleati fissano delle “linee rosse” sulla questione “arricchimento uranio” che la Repubblica Islamica ha già oltrepassato (dal 2004), tenendo inoltre presente che i cinque round di negoziati diplomatici (a Ginevra, Istanbul, Baghdad, Mosca, Almaty) si sono rivelati un buco nell’acqua.

Con queste premesse, i due leader concordano che è giunto il tempo di passare ai fatti, e quindi all’attacco militare. Ma da quale dei due paesi dovrebbe essere lanciato?

Come sostengono Cartwright e Yadlin, gli Usa hanno mezzi più idonei – bombardieri stealth B-2, rifornimento in volo, droni di ultima generazione e bombe in grado di penetrare in prfondità- a danneggiare gravemente gli obiettivi iraniani. Tuttavia, gli statunitensi non hanno alcuna esperienza operativa in simili missioni, a differenza di Israele, che nel 1981 ha bombardato il reattore nucleare di Osiraq a Baghdad e nel 2007, secondo rapporti stranieri, un reattore siriano.

Aggiungono che qualsiasi azione israeliana richiederebbe ai suoi aerei di attraversare lo spazio aereo di almeno un altro paese (Giordania, Arabia Saudita, Iraq e Siria). Al contrario, un attacco statunitense potrebbe essere condotto direttamente da basi militari Usa nella regione o dalle portaerei di stanza nel Golfo Persico.

Dunque, se “indispensabile”, Cartwright e Yadlin raccomandano un attacco aereo statunitense “chirurgico”, accompagnato da un’avanzata delle forze di terre, dal momento che “un attacco limitato permetterebbe all’Iran di rispondere in modo limitato e non trascinare in guerra l’intera regione”.

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