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Migranti, anche per Amnesty le operazioni ‘Search and Rescue’ vanno riviste

    di  .  Scritto  il  30 Settembre 2014  alle  11:28.

L’ultimo rapporto di Amnesty International dedicato a migranti e rifugiati, “Lives Adrift”, analizza le falle delle operazioni SAR (Search and Rescue) nel Mediterraneo, emerse grazie alle testimonianze raccolte da Amnesty nel corso di tre missioni svolte in Italia nella primavera/estate del 2014. Il ricordo di una storia chiarisce subito i dettagli. L’11 ottobre 2013 alle 5 del pomeriggio un peschereccio con a bordo oltre 400 persone, prevalentemente siriani, affondò a 111 km da Lampedusa e a 218 km da Malta, nella zona di soccorso maltese. L’imbarcazione era partita alle 11 del mattino dal porto di Zuwara in Libia, ma durante la traversata fu avvicinata da un motore con a bordo uomini armati di kalashnikov, che non riuscendo a fermarla, spararono alcuni colpi al motore, causando il ferimento di alcuni passeggeri e l’affondamento del peschereccio. Dopo tre chiamate di aiuto al Rome Rescue Coordination Centre (Rome RCC), la risposta fu che quella imbarcazione, che intanto prendeva acqua, doveva essere aiutata da Malta. Solo alle 16,22 Malta confermò di aver individuato il peschereccio e di avere avviato le procedure di salvataggio, ma meno di 40 minuti dopo, la barca si capovolse nelle acque del Mediterraneo che inghiottì oltre 200 corpi. Altri 200 furono messi in salvo, ma tra i dispersi ne sono stati recuperati solo 26. Roma e a Malta dicono di avere agito in conformità con gli obblighi internazionali, ma dal rapporto di Amnesty emergono delle responsabilità che riguardano soprattutto la capacità di coordinare i soccorsi tra i due paesi. Il problema – denuncia Amnesty – nasce da una diversa interpretazione fatta dall’Italia e da Malta delle convenzioni internazionali e dal fatto che gli emendamenti del 2004 del Comitato per la sicurezza marittima e dall’Organizzazione marittima internazionale per il rafforzamento delle operazioni di soccorso sono stati ratificati dall’una e non dall’altra, causando una discrepanza grave nella tutela dei diritti dei migranti.italiamigrantilampedusa

E ancora: la Convenzione di Dublino impone che sia il primo paese di transito a farsi carico dei migranti offrendo loro tutela con tutti gli obblighi connessi e questo disincentiva gli stati dell’Europa meridionale ad accogliere migranti e rifugiati per timore di non riuscire più a controllare le migrazioni. Poi ci sono le guerre, fonti inesauribili di migranti: in Libia, in Siria, in Medio oriente e Nord Africa. Altri aspetti sono più strettamente tecnici e riguardano la sovrapposizione delle zone SAR. Malta ha una zona SAR troppo vasta per le sue capacità perché si estende fino alle acque che circondano Linosa, Lampedusa e Lampione, sovrapponendosi con quella italiana e creando confusione nell’organizzazione e nel coordinamento dei soccorsi, come è accaduto l’11 ottobre 2013. A volte le imbarcazioni in difficoltà potrebbero essere raggiunte più velocemente dai soccorsi libici, ma i migranti non possono essere portati in Libia perché le convenzioni impongono che debbano essere condotti in luoghi sicuri. Mancano poi dei criteri concordati per stabilire dove i naufraghi debbano essere portati.

In linea di principio gli stati adottano il criterio della prossimità: il porto più vicino al luogo del salvataggio, ma poiché non esiste una regola universalmente accettata, tutto è variabile. Per Malta il porto più vicino è sempre Lampedusa, anche se il salvataggio è avvenuto nella sua zona SAR. Per l’Italia, il porto più vicino è quello all’interno alla zona SAR in cui è stato fatto il salvataggio. L’Italia inoltre riconosce che i migranti non possano essere portati in luoghi dove i loro diritti sono a rischio, mentre per Malta qualsiasi paese in cui vengono soddisfatti i bisogni base è considerato un posto sicuro, indipendentemente dal fatto che i migranti abbiano bisogno di protezione internazionale.

I numeri

E’ impossibile accertare il numero effettivo dei morti in mare in questi anni, ma è sicuro che sono aumentati in questi ultimi 24 mesi anche perché è cresciuto il numero dei tentativi di fuga via mare, a causa della difficoltà a varcare le frontiere terrestri, in particolare in Grecia, Bulgaria e Turchia. Nel 2013 il 48% di tutti i migranti irregolari e il 63% di quelli che hanno attraversato il Mediterraneo proveniva dalla Siria, dall’Afghanistan, dall’Eritrea e dalla Somalia, cioè da paesi in guerra e o dove l’abuso è legge. Decine di migliaia attualmente sono intrappolati in Libia, dove sono esposti a torture e maltrattamenti. Nei primi otto mesi del 2014 il 40% di chi ha attraversato il Mediterraneo erano eritrei (23%) e siriani (17%). Secondo i dati dell’UNHCR, nel 2013 ci sono stati 60mila arrivi via mare, di cui 43mila in Italia; 130mila nel 2014, di cui 118mila in Italia, che si conferma l’unico paese dell’UE ad aver adottato misure di prevenzione contro le stragi nel Mediterraneo, che l’UNHCR già nel 2011 definì come “il più micidiale tratto d’acqua per migranti e rifugiati”.

La nostra prevenzione si chiama Mare Nostrum, costa circa nove milioni di euro al mese, e dall’ottobre 2013 ha permesso di mettere in salvo circa 100mila persone. Motivo per cui nell’ultimo anno sono aumentati i naufragi verso l’Italia e diminuiti quelli verso Malta. Oggi l’Italia chiede aiuto all’Unione Europea per affrontare i costi dell’immigrazione, e la risposta è arrivata dalla Commissione ad agosto 2014:  Frontex affiancherà Mare Nostrum nelle operazioni di salvataggio in mare. I dubbi riguardano sia la capacità effettiva della polizia di frontiera di dare un contributo nelle operazioni di soccorso in mare sia la disponibilità degli stati membri dell’UE a investire risorse nei soccorsi. L’obiettivo finale, scrive il rapporto, deve essere quello di aprire percorsi sicuri e legali perché i migranti e in particolare i rifugiati, che rappresentano quasi la metà di coloro che arrivano irregolarmente via mare, possano entrare in Europa.

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