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Partenariato e cooperazione internazionale per risolvere le crisi in Africa e Medio oriente

    di  .  Scritto  il  30 Aprile 2015  alle  12:16.

(di Gero Salamone) – Gli odierni scenari di guerra che attanagliano alcuni paesi africani e mediorientali sono da tempo al centro di un acceso dibattito in seno alle Nazioni Unite, organizzazione mondiale vicina al suo 70° anniversario. Nell’agenda dell’Onu significativo spazio viene oramai occupato dalla questione libica; una crisi che genera tutt’oggi nuove emergenze, come i continui naufragi di barconi lungo il Mediterraneo. Carrette del mare piene zeppe di uomini e donne in fuga da violenze e povertà estrema. Complesse questioni ampiamente affrontate in un seminario organizzato dalla Missione italiana, etiope ed egiziana e tenutasi alle Nazioni Unite lo scorso 21 aprile all’interno dell’International Peace Institute di New York.11195324_10206664837482549_198087517_n

Una tavola rotonda che ha visto l’intervento di vari esperti di differenti nazionalità, e che ha avuto in particolar modo ad oggetto le future strategie da adottare nell’ambito delle operazioni di peacekeeping in atto in diversi territori, quali frutto di una stretta sinergia tra l’Unione Africana, l’Unione Europea e le Nazioni Unite.

Si è parlato della necessità di un vero e proprio partenariato dell’Onu con le organizzazioni regionali garantendo a quest’ultime appositi canali di finanziamento e di supporto logistico, senza tralasciare l’essenziale dialogo con forze regionali già esistenti nel territorio.

A puntare i riflettori su quest’ultimo aspetto, è stato l’italiano Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionale di Roma. Nel suo intervento Margelletti si è soffermato sul caso Libia. “L’eventuale intervento in Libia con operazioni di peacekeeping – ha sostenuto l’esperto – non può prescindere da un essenziale dialogo con gli attori regionali, ovvero attraverso un consesso di alleanze all’interno del paese interessato. In sostanza, occorrerebbe – ha sottolineato Margelletti – costruire una rete tribale che permetta di procedere dal basso alla scelta di una classe dirigente rappresentativa a cui poter consegnare la Libia ad operazioni militari concluse; solo in questo modo un eventuale attacco con armi non sarebbe vano, sebbene si porrebbe sempre la necessità di interagire con interlocutori che possono variare di volta in volta a secondo dei mutati assetti tribali del territorio”.

Di notevole interesse è stato anche l’intervento dell’ambasciatore Sebastiano Cardi, rappresentante permanente dell’Italia per le Nazioni Unite, il quale ha posto l’attenzione sulla necessità di adeguare le operazioni di peacekeeping lungo una piattaforma multidimensionale globale con meccanismi di risposta credibili al fine di ristabilire la pace. “Tutto ciò – ha spiegato l’ambasciatore Cardi – favorendo risorse finanziarie agli enti regionali che operano come importanti organi satelliti delle Nazioni Unite in diversi contesti territoriali, come pure sostenere con opportuni sostegni logistici e finanziari il programma di rafforzamento dell’Unione Africana (Ten-Year Capacity Building Programme) allo scopo di intervenire nel tessuto socioeconomico dei paesi che raggruppano tale Unione”. Un approccio al problema che tenga conto inoltre della già esistente partnership tra Italia, Etiopia ed Egitto le quali con uno sforzo comune operano nella più vasta zona del Mediterraneo nella quale rientra prepotentemente la ormai nota quanto spinosa questione libica.

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