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Messico: fotoreporter torturato e ucciso, adesso si teme l’impunità

    di  .  Scritto  il  6 Agosto 2015  alle  6:00.

Fanno ancora fatica, gli inquirenti messicani, a collocare con chiarezza il brutale assassinio del fotoreporter Rubén Espinosa, trovato cadavere venerdì scorso in un appartamento di Città del Messico insieme a quattro donne, nel quadro della violenza e della corruzione che stritolano da anni lo stato orientale di Veracruz. L’ondata di indignazione sollevata dall’assassinio di Espinosa, 31 anni, che documentava la lotta dei movimenti sociali e da tempo aveva lasciato Veracruz per il Distretto Federale temendo per la propria incolumità, non si placa infatti dopo l’ultimo omaggio che gli è stato reso lunedì, fra lacrime, candele e fiori bianchi, alla sepoltura nel Panteón Dolores.messicoRubén Espinosa

“A tutti noi provoca sdegno questo crimine. Ma in questo caso non ci sarà impunità: nessuna linea di indagine è stata finora scartata né lo sarà” ha dichiarato in conferenza stampa il sindaco di Città del Messico, Miguel Angel Mancera, parlando del collaboratore della rivista Proceso e dell’agenzia Cuartoscuro. Sta di fatto che  – mentre la famiglia ha serbato il silenzio – organizzazioni a difesa dei diritti umani e associazioni di giornalisti temono che l’omicidio finisca per non essere collegato alle denunce di Rubén, che non ha avuto timore di indicare nel governatore di Veracruz, Javier Duarte, il mandante di atti intimidatori nei suoi confronti.

Emblematica una copertina di Proceso in cui Duarte è ritratto di profilo, dalla abbondante cintola in sù, con indosso un berretto della polizia – e il titolo a caratteri cubitali «Veracruz Stato senza legge». “Occhi iniettati di sangue, sguardo perso, labbra socchiuse, i bottoni della camicia che con il suo nome ricamato minacciano di esplodere” scrive Sin Embargo, riassumendo a parole il ritratto voluto da chi ha scattato: un uomo autoritario, colmo di risentimento, sospettoso, arrabbiato, criminale. La copertina accompagnava all’interno del numero 1946 della rivista un reportage sui giornalisti assassinati a Veracruz, con la complicità di alti funzionari per insabbiarli, insieme a due articoli, sul terzo anniversario dell’omicidio, impunito, di un’altra giornalista, Regina Martínez, e sulla devozione dell’elettorato ‘priista’ – quello del Partido Revolucionario Institucional (Pri) del presidente Enrique Peña.

In Messico, ritenuto il paese più pericoloso al mondo per i giornalisti, a fronte dei frequenti episodi di sangue di cui sono loro malgrado protagonisti gli operatori della comunicazione le autorità preposte sono di prassi restie a collegare gli attacchi alla professione: secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), questo è uno dei motivi per cui dal 1992 a oggi il 90% degli omicidi di giornalisti nel territorio nazionale è rimasto senza un colpevole.

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